(Ri)fondarla

80 anni dopo, la Repubblica Oggi cade l’ottantesimo anniversario del voto referendario con cui, per la prima volta tuttɜ lɜ italianɜ uscitɜ da vent’anni di fascismo e dalle distruzioni della guerra scelsero che il loro destino comune avrebbe risposto al nome di Repubblica. Con la Repubblica si aprì una fase nuova della nostra storia, quella…

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80 anni dopo, la Repubblica

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Oggi cade l’ottantesimo anniversario del voto referendario con cui, per la prima volta tuttɜ lɜ italianɜ uscitɜ da vent’anni di fascismo e dalle distruzioni della guerra scelsero che il loro destino comune avrebbe risposto al nome di Repubblica.

Con la Repubblica si aprì una fase nuova della nostra storia, quella di una democrazia di massa guidata da partiti che, pur immaginando idee di paese profondamente diverse tra loro, erano radicati nella carne viva della società italiana e capaci di mobilitare milioni di persone. Erano gli anni in cui l’affluenza alle elezioni nazionali superava spesso il 90%, perché la politica appariva ancora come uno strumento attraverso cui trasformare la realtà e non semplicemente amministrarla.

Con la Repubblica arrivò anche la Costituzione. Una volta approvata, per tutto il 1948 lɜ cittadinɜ poterono leggerne il testo integrale, ritrovandovi parole che ancora oggi conservano una forza straordinaria: che la Repubblica è fondata sul lavoro, che «tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge» senza distinzioni di alcun tipo, che la sovranità appartiene al popolo, che l’Italia ripudia la guerra.

Quelle parole non erano il frutto dell’astrazione di qualche giurista illuminato. Erano il precipitato di lotte, di sacrifici, di speranze collettive. Erano il tentativo di dare una forma politica a un paese che usciva dalla dittatura e dalla guerra con la convinzione che il futuro dovesse essere radicalmente diverso dal passato.

Ottant’anni dopo, però, molto è cambiato e di quel vento di rinnovamento sembra essere rimasta ben poca traccia.

L’Italia di oggi è un paese attraversato da fratture profonde, caratterizzato dalla dualità fra piccoli egoismi guidati dall’individualismo e grandi schemi che fanno prevalere l’interesse di pochi attori privilegiati. È un paese in cui l’idea meritocratica viene continuamente evocata per nascondere privilegi antichi e disuguaglianze nuove, in cui chi può permetterselo sceglie ancora una volta di partire. Se nel secondo dopoguerra emigravano soprattutto lɜ più poverɜ per sfuggire alla fame, oggi sono spesso giovani formatɜ nelle nostre scuole e università a cercare altrove ciò che qui non trovano: salari dignitosi, prospettive di vita, possibilità di costruire il proprio futuro.

Nel frattempo questo paese è diventato molto più ricco di quello che nel 1946 usciva distrutto dalla guerra, ma quella ricchezza ha gradualmente assunto una forma sempre più diseguale. Da decenni chi lavora è chiamatə a produrre di più ricevendo in cambio sempre meno. I salari ristagnano, la precarietà si estende, la casa diventa un lusso e intere generazioni crescono sapendo che, con ogni probabilità, vivranno peggio di quelle che le hanno precedute. Dietro la retorica dell’efficienza e della competitività si nasconde un modello economico che continua a scaricare i propri costi su chi lavora, studia o cerca semplicemente di costruirsi una vita dignitosa, un modello economico che ha già dimostrato la propria insostenibilità ma continua a tenerla al sicuro dal confronto nascondendo le nuove forme di sfruttamento dietro la retorica contro i giovani: così ci fanno lavorare gratuitamente fin dalla scuola e provano a tenerci al guinzaglio tramite tirocini precari e sottopagati.

E mentre le istituzioni celebrano la Repubblica, la mattina del 2 giugno a Roma sei attivistɜ ambientalistɜ vengono fermatɜ all’alba, denunciatɜ e destinatɜ di misure restrittive dopo essere statɜ intercettatɜ con uno striscione attraverso cui intendevano richiamare l’attenzione sulla crisi climatica. Colpisce il contrasto tra il significato storico di questa giornata e l’immagine che ne emerge: una Repubblica nata dalla partecipazione popolare, dal conflitto sociale e dalla conquista di nuovi diritti che sembra sempre più insofferente verso chi prova a portare nello spazio pubblico domande scomode sul presente e sul futuro.

È il segno di una tendenza più generale, per cui il dissenso viene spesso percepito come un problema da gestire anziché come una componente vitale di qualsiasi democrazia che voglia definirsi tale.

Come ogni anno, sfilano sui Fori Imperiali i reparti militari in quello che continua a rappresentare uno dei grandi paradossi della Repubblica italiana: un paese che dovrebbe essere fondato sul lavoro e che nella propria Costituzione dichiara di ripudiare la guerra continua a rappresentarsi simbolicamente attraverso uomini e donne in uniforme. Forse quella parata racconta bene l’Italia e l’Europa di questo tempo, che trovano miliardi per il riarmo mentre scuole, università, ospedali e trasporti pubblici continuano a essere considerati costi da contenere.

Eppure viene da chiedersi cosa accadrebbe se a sfilare fossero altre persone.

Se lungo quei viali passassero lɜ lavoratorɜ che non arrivano alla fine del mese, lɜ medicɜ giuntɜ all’ennesima ora di straordinario perché nel reparto manca personale, lɜ ricercatorɜ costrettɜ a trasferirsi all’estero, lɜ braccianti immigratɜ che rendono possibile il cibo che troviamo sugli scaffali dei supermercati, lɜ studenti che rinunciano agli studi perché non possono permetterseli, lɜ operaiɜ rimastɜ senza lavoro dopo una delocalizzazione, lɜ elettorɜ sfiduciatɜ che hanno smesso di votare perché non vedono più nessuno disposto a rappresentarne gli interessi.

Forse vedremmo qualcosa di più vicino alla Repubblica reale. Quella che ogni giorno tiene in piedi il paese e che troppo spesso resta invisibile.

Per chi oggi è giovane, allora, il 2 giugno non può essere soltanto una celebrazione o un esercizio di memoria. Deve essere una domanda rivolta al presente e al futuro. Perché se la Repubblica è davvero una promessa di uguaglianza, di dignità e di emancipazione collettiva, quella promessa appare ancora largamente incompiuta.

Per questo il nostro compito non è limitarci a celebrarla, ma rifondarla.

Rifondarla a partire dal lavoro, che oggi rappresenta precarietà e sfruttamento. Rifondarla contro le disuguaglianze che attraversano la nostra società. Rifondarla contro la guerra e contro l’idea che il futuro possa essere costruito accumulando armi invece che diritti. Rifondarla restituendo spazio al conflitto democratico, alla partecipazione e alla possibilità di immaginare collettivamente un paese diverso.

Perché la Repubblica non vive nelle cerimonie, nelle parate o nelle ricorrenze: vive nella capacità di mantenere le promesse che ha fatto a chi la abita.

Ottant’anni dopo, quelle promesse aspettano ancora di essere realizzate.

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