La costruzione del nemico, la criminalizzazione del dissenso e una generazione a cui viene chiesto di obbedire mentre le viene rubato il futuro.

Vi è una scena, nella storia della politica, che si ripresenta ogni qualvolta il potere, non sapendo o non volendo rispondere alle ragioni del malcontento, preferisce indicare a chi chiede il pane da chi debba guardarsi: la crisi sociale viene così riformulata come questione di ordine pubblico, la rabbia come offesa al decoro, la protesta come minaccia alla sicurezza collettiva, così che il governo possa accreditarsi come l’unico argine al disordine dopo aver rimosso con cura dal campo visivo le condizioni che quel disordine alimentano.
Nel nostro Paese questa dinamica ha ormai assunto i tratti di una strategia politica compiuta: dal decreto anti-rave dell’ottobre 2022 ai decreti Cutro e Caivano del 2023, passando per il decreto sicurezza del 2025, per le misure successive del 2026 e per l’ultimo intervento su manifestazioni e criminalità minorile, la risposta istituzionale alle contraddizioni sociali si è tradotta, con una coerenza che i diversi contenuti e ambiti di applicazione non bastano a dissimulare, in nuove fattispecie di reato, in un inasprimento delle pene e in un ampliamento degli strumenti di controllo, mentre la sicurezza si affermava come l’unica chiave di lettura ammessa dei conflitti sociali.
Ciò non implica negare l’esistenza della violenza, né sostenere che ogni condotta si faccia legittima per il solo fatto di consumarsi all’interno di una protesta; implica, piuttosto, rifiutare l’idea che reprimere un comportamento equivalga a risolvere il problema che lo circonda, e che l’aggravamento delle pene possa tenere il luogo di quelle politiche sociali, educative ed economiche la cui assenza costituisce, a ben vedere, la radice del problema. Una società non diventa più giusta perché si dota di strumenti più numerosi per punire chi la attraversa in conflitto.
La costruzione del nemico si rivela, in questa prospettiva, un’operazione politica di particolare efficacia: il suo volto muta al mutare della stagione, e a turno vi si riconoscono il rave party, il migrante, il ragazzo delle periferie, il cosiddetto maranza, il manifestante che occupa una strada, chiunque si opponga a un’opera o a una decisione istituzionale, ma il meccanismo resta identico, giacché una questione complessa viene ricondotta a una figura riconoscibile su cui far convergere paure e risentimenti, mentre il conflitto viene separato dalle condizioni materiali che lo generano. Ne discende che l’interrogativo non è più perché una parte della società non riconosca come proprie le regole del gioco, bensì in che modo costringerla a rispettarle.
Così la povertà può essere ribattezzata degrado, la marginalità devianza, il dissenso pericolo; e così la politica può permettersi di promettere sicurezza senza misurarsi fino in fondo con il costo della vita, con l’inaccessibilità della casa, con la precarietà del lavoro, con lo smantellamento dei servizi pubblici e con la scarsità di spazi di socialità accessibili. La sicurezza, ridotta a gestione dell’emergenza, lascia sullo sfondo proprio ciò che rende insicura l’esistenza quotidiana di milioni di persone.
Gli avvenimenti di Milano hanno riportato al centro del dibattito questa contraddizione: dinanzi agli scontri e ai saccheggi, la risposta istituzionale si è concentrata con rapidità su nuovi strumenti repressivi, su fermi e arresti e sull’invio di 500 militari in città, mentre un ragazzo di undici anni veniva identificato dopo essere stato rintracciato nella propria scuola, e il governo, presentando il nuovo decreto come risposta necessaria alla violenza, ne ha approfittato per estendere ulteriormente i poteri di intervento dello Stato.
Arrestarsi alla cronaca degli scontri significherebbe, tuttavia, rinunciare a comprendere la questione politica che essi sollevano: perché ragazze e ragazzi sempre più giovani si siano ritrovati dentro una mobilitazione contro il carovita, quale distanza si sia aperta tra le istituzioni e una parte delle nuove generazioni, che cosa racconti di questa distanza il ricorso a forme di partecipazione che non trovano spazio nei canali tradizionali della rappresentanza. Sono domande che non possono essere liquidate invocando genericamente il disagio giovanile, né risolte attribuendo a una generazione intera le responsabilità delle condotte di alcuni.
Non siamo noi a dover condannare la rabbia delle piazze per dimostrare di essere capaci di comprenderla. Ci vuole coraggio, semmai, a essere adulti e rimproverare alle persone più giovani di non avere fiducia nelle istituzioni senza interrogarsi su quanto le politiche degli ultimi decenni abbiano contribuito a eroderla. Quali ragioni dovrebbero avere ragazze e ragazzi per credere che le istituzioni siano in grado di garantire loro una casa, un lavoro dignitoso, un’istruzione accessibile, un ambiente vivibile e la possibilità di scegliere dove costruire la propria vita? Quale fiducia si può pretendere da chi vede il proprio presente diventare sempre più precario e il proprio futuro subordinato a condizioni che non è in grado di controllare?
La fiducia non è un tributo che le nuove generazioni devono alle istituzioni per il solo fatto di esserne governate: è una relazione che va costruita, coltivata, meritata. Non si può invocare la responsabilità individuale di chi cresce in un mondo attraversato da crisi economiche, climatiche e internazionali, per poi sottrarre alla discussione le responsabilità politiche di chi quelle crisi le ha amministrate, aggravate o lasciate sedimentare. Non si può chiedere a una generazione di credere nelle promesse del futuro dopo averle insegnato, attraverso l’esperienza quotidiana, quanto quelle promesse siano reversibili.
Siamo il Paese che troppo spesso risponde a crisi strutturali con provvedimenti emergenziali, mentre lascia intatte le condizioni che le rendono ricorrenti; che investe nella punizione delle conseguenze e assai meno nella rimozione delle loro cause; che scopre il disagio delle periferie quando diventa impossibile ignorarlo, ma fatica a riconoscerlo quando si manifesta nella mancanza di servizi, nella povertà educativa, nell’assenza di spazi pubblici e nell’impossibilità di accedere a una vita dignitosa. L’emergenza è diventata il linguaggio attraverso cui si governa ciò che si è rinunciato a trasformare.
Il rifiuto della complessità è evidente anche nel modo in cui una parte dell’informazione ha raccontato quanto accaduto nelle piazze in questi giorni. Il dibattito si è rapidamente polarizzato tra condanna e giustificazione, ordine e disordine, buoni e cattivi, come se comprendere un fenomeno equivalesse necessariamente ad assolverlo e come se fosse possibile riconoscere le responsabilità individuali senza interrogarsi sulle condizioni collettive in cui maturano. In questo schema, le immagini dei saccheggi e delle vetrine infrante diventano il racconto esaustivo di una mobilitazione, mentre tutto ciò che non si lascia ridurre a quelle immagini scompare.
Eppure basterebbe leggere i cartelli portati in piazza per accorgersi che il quadro è più complesso di quello restituito dalla cronaca degli scontri. Ci sono giovani che si definiscono senza futuro, precari, abbandonati; che chiedono più aule e meno bombe, che contestano un modello economico capace di trovare risorse per il riarmo e assai meno per garantire il diritto allo studio, che chiedono il pane mentre la guerra torna a occupare l’orizzonte delle loro vite. Quelle parole, nonostante non possano esaurire il significato delle mobilitazioni di questi giorni, sono una testimonianza politica che non possiamo permetterci di ignorare.
La nostra generazione è cresciuta dentro crisi che si sono accumulate senza mai essere realmente superate: la precarizzazione del lavoro, l’emergenza abitativa, la crisi climatica, la pandemia, il ritorno della guerra come orizzonte permanente e il genocidio in Palestina, osservato mentre governi e istituzioni internazionali si dimostravano incapaci di fermarlo, se non complici e conniventi. Per molte, la promessa secondo cui studio, impegno e lavoro avrebbero garantito una vita migliore ha perso credibilità. Il futuro, da orizzonte di possibilità, si è trasformato in qualcosa da temere, rinviare o, semplicemente, in qualcosa che non si riesce più a immaginare.
Non esiste, naturalmente, una generazione omogenea, portatrice di un’unica coscienza politica e di una risposta condivisa a queste contraddizioni. Non tutte le persone giovani si riconoscono nelle medesime pratiche, negli stessi linguaggi o nelle stesse prospettive di trasformazione; la distanza dalla politica istituzionale attraversa, talvolta, anche le organizzazioni e le forme tradizionali della politica non istituzionale. Ma proprio questa pluralità dovrebbe indurci a prendere sul serio le forme, anche contraddittorie, attraverso cui si esprime una domanda di cambiamento, anziché ricondurle tutte alla medesima diagnosi di devianza o manipolazione.
Il conflitto può diventare uno spazio in cui una condizione individuale di impotenza acquista una dimensione collettiva, in cui la frustrazione cessa per un momento di essere vissuta in solitudine e si trasforma nella possibilità di contestare ciò che appare immutabile. Non significa che ogni forma di conflitto produca emancipazione, né che ogni comportamento assunto dentro una protesta sia per questo legittimo. Significa riconoscere che, se vogliamo comprendere ciò che accade, dobbiamo domandarci quali possibilità concrete restino oggi per incidere sulle condizioni della propria esistenza, quali luoghi siano ancora disponibili per la partecipazione e quali strumenti vengano messi a disposizione di chi non accetta più di subire passivamente il presente.
La rabbia, per diventare una forza capace di cambiare le cose, ha bisogno di organizzazione. Servono luoghi in cui riconoscersi, parole per nominare ciò che si vive, obiettivi attorno a cui costruire una rivendicazione comune e strumenti per sostenerla nel tempo. Organizzare significa mettere in relazione esperienze che spesso vengono vissute come fallimenti individuali, riconoscere le responsabilità politiche che le attraversano e costruire la possibilità di agire insieme. Significa dare continuità al conflitto, farne una pratica collettiva capace di conquistare diritti, redistribuire risorse e cambiare le condizioni materiali delle nostre vite. È un lavoro che riguarda le organizzazioni politiche e sindacali, le scuole e le università, gli spazi sociali e tutte le esperienze in cui le persone possono incontrarsi, discutere e decidere insieme come intervenire sulla realtà. La posta in gioco è anche questa: fare in modo che la rabbia trovi una prospettiva politica, invece di restare dispersa o di essere lasciata nelle mani di chi vuole indirizzarla contro altri soggetti altrettanto precari.
La questione non riguarda soltanto la destra al governo. Quando anche chi riconosce l’esistenza di un disagio generazionale dichiara che, prima di tutto, devono prevalere controllo e repressione, come ha fatto il sindaco di Milano Giuseppe Sala il 21 ottobre, sostenendo anche l’arrivo di 500 militari in città, la risposta securitaria continua a dettare le priorità del dibattito pubblico. Riconoscere che la repressione non basta, per poi collocarla al primo posto, significa continuare a trattare come emergenza ciò che si dichiara essere un problema sociale.
La domanda da porsi, allora, non è se una vetrina infranta meriti attenzione, né se le responsabilità individuali debbano essere accertate. È perché siamo così pronti a indignarci per i danni immediatamente visibili e così poco disposti a riconoscere quelli che si accumulano nelle vite di chi cresce senza poter contare su un reddito adeguato, una casa accessibile, servizi pubblici funzionanti e prospettive credibili. Il danno materiale è quantificabile e immediatamente raccontabile; un futuro sottratto, invece, si deposita nelle rinunce, nei lavori che non consentono di vivere, nei territori abbandonati, nell’impossibilità di scegliere il proprio percorso e nella sensazione che nessuno spazio di partecipazione possa davvero modificare lo stato delle cose.
Noi GenZ, come vi piace chiamarci per rinchiuderci in un’ulteriore etichetta da commercializzare, siamo persone che crescono in condizioni differenti, attraversate da contraddizioni diverse e capaci di risposte anche profondamente distanti tra loro. Non siamo una categoria da amministrare, né un’emergenza da contenere. Troppe di noi, però, condividono la difficoltà di immaginare un futuro desiderabile. È questa impossibilità che la politica dovrebbe assumere come questione centrale, senza pretendere che venga espressa sempre nelle forme più rassicuranti, ordinate e immediatamente riconoscibili.
Ascoltare una generazione significa accettare che possa contestare le risposte che le vengono offerte e mettere in discussione le priorità del presente; significa anche assumersi la responsabilità di restituirle possibilità concrete: politiche abitative che rendano accessibile una casa, investimenti nella scuola e nell’università pubblica, salari adeguati, lavoro non precario, servizi territoriali, spazi di socialità e reali strumenti di partecipazione. Non basta chiedere alle persone giovani di credere nel futuro: occorre costruire le condizioni materiali perché possano averne uno.
Sua Maestà, non c’è più pane. E la risposta non può essere un altro decreto sicurezza.
Il problema non comincia quando la rabbia esplode, ma molto prima, mentre cresce senza trovare ascolto e mentre le condizioni che la alimentano vengono trattate come inevitabili. Se vogliamo comprendere il presente, dobbiamo smettere di guardare soltanto le vetrine dopo gli scontri e rivolgere lo sguardo alla società che li precede. Perché indignarsi per una vetrina infranta senza interrogarsi su un futuro negato è un privilegio che non possiamo più permetterci.
Il futuro non si difende mettendo a tacere chi non riesce più a immaginarlo. Si difende rendendo nuovamente possibile costruirlo.

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