SE TOCCANO I NOSTRI SPAZI, TOCCANO TUTT3

Negli ultimi giorni lo sgombero del centro sociale Askatasuna è tornato a rendere evidente ciò che, da tempo, attraversa le nostre città: una gestione autoritaria degli spazi urbani che colpisce sistematicamente le esperienze di autorganizzazione, mutualismo e conflitto sociale. Askatasuna non è solo uno spazio fisico. È il prodotto di una risposta collettiva a un…

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Negli ultimi giorni lo sgombero del centro sociale Askatasuna è tornato a rendere evidente ciò che, da tempo, attraversa le nostre città: una gestione autoritaria degli spazi urbani che colpisce sistematicamente le esperienze di autorganizzazione, mutualismo e conflitto sociale.

Askatasuna non è solo uno spazio fisico. È il prodotto di una risposta collettiva a un modello di città che privilegia la vetrinizzazione, l’attrattività turistica e la rendita, a scapito dei bisogni reali di chi quei territori li vive. Il suo sgombero non rappresenta un’eccezione, ma si inserisce in una traiettoria precisa fatta di repressione, normalizzazione e controllo.

Quello che vediamo è un utilizzo sempre più sistematico di strumenti amministrativi, giudiziari e di polizia per silenziare le voci che costruiscono alternative concrete. Una strategia che non si limita a colpire singoli spazi, ma che punta a svuotare di senso il diritto alla città, riducendo l’abitare, il fare cultura e il produrre socialità a meri problemi di ordine pubblico.

Questo disegno politico emerge con chiarezza anche a L’Aquila, nel caso del centro sociale Casematte. Qui la cosiddetta “riqualificazione” del parco di Collemaggio viene usata come pretesto per escludere le realtà che da anni animano quello spazio. Le proposte costruite dal basso vengono ignorate, mentre si impone un progetto che risponde a logiche di turistificazione e gentrificazione. Ancora una volta, la memoria delle lotte post-sisma e i bisogni di chi vive la città vengono sacrificati sull’altare dell’immagine e del profitto.

La stessa logica attraversa il caso di Gridas, a Scampia. Uno spazio che ha restituito partecipazione, cultura e cura a un territorio sistematicamente abbandonato dalle istituzioni viene definito “abusivo” dalla Corte d’Appello. Una definizione che non è neutra, ma politica: serve a delegittimare esperienze che dimostrano come l’autorganizzazione possa produrre risposte reali laddove lo Stato è assente.

A Roma, questa traiettoria prende forma nella minaccia di sgombero di Spin Time dopo Natale. Un palazzo che da anni è casa per circa 400 persone, frutto di un’occupazione che ha restituito funzione sociale a uno spazio abbandonato. Spin rappresenta una pratica concreta di abitare come diritto, non come merce. Colpirlo significa riaffermare un modello di città escludente, governato dal controllo e dalla repressione.

Questi episodi, letti insieme, mostrano con chiarezza che non siamo di fronte a decisioni isolate o a singole controversie amministrative. Siamo davanti a un progetto che mira a marginalizzare corpi, esperienze e conflitti, restringendo gli spazi di agibilità politica e sociale.

Difendere gli spazi sociali non è una battaglia identitaria o nostalgica. È una questione profondamente politica, che riguarda il diritto all’abitare, alla partecipazione e alla costruzione collettiva di alternative. Per questo, da nord a sud, dalle periferie ai centri urbani, continueremo a opporci agli sgomberi e a rivendicare una città che non espella, non silenzi e non cancelli.

Perché dove provano a sgomberare, noi continuiamo a costruire resistenza.

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