L8 MARZO: RIVOLTA MALEDUCATA PER CORPI LIBERI

Il fine ultimo del nostro agire politico e il cuore pulsante delle rivendicazioni che portiamo in piazza in queste giornate di mobilitazione dell’8 e 9 marzo 2026 risiedono nella costruzione di una società della cura. In questo percorso, il transfemminismo deve essere la lente attraverso la quale leggiamo, interpretiamo e trasformiamo la realtà: non una…

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Il fine ultimo del nostro agire politico e il cuore pulsante delle rivendicazioni che portiamo in piazza in queste giornate di mobilitazione dell’8 e 9 marzo 2026 risiedono nella costruzione di una società della cura. In questo percorso, il transfemminismo deve essere la lente attraverso la quale leggiamo, interpretiamo e trasformiamo la realtà: non una lotta isolata o settoriale, ma una chiave interpretativa che ci permette di comprendere le dinamiche di oppressione in ogni ambito, dal welfare all’antimilitarismo, dalla decolonialità alla salute. Per costruire una società realmente trasformativa, dobbiamo muoverci in due direzioni complementari: da un lato, una critica radicale che decostruisca le strutture di potere ciseteropatriarcali, capitaliste e coloniali; dall’altro, una pratica che parta dall’ascolto attivo e dall’accoglienza dei bisogni di tutte le soggettività, specialmente quelle colpite da oppressioni, per creare spazi che siano finalmente sicuri e accessibili. Questo progetto ambizioso punta a sovvertire le fondamenta del sistema attuale, basato sul profitto e sulle disuguaglianze, per rimettere al centro il benessere collettivo. Tale cambiamento non può restare una teoria astratta, ma deve alimentarsi dal basso attraverso azioni territoriali e pratiche di mutualismo concreto capaci di rispondere ai bisogni reali senza sovradeterminarli. Al centro di questa visione vi è la necessità impellente di decostruire non solo il modello capitalista ma anche la famiglia eteronormativa, abbracciando forme di relazione che rifiutino l’assimilazione forzata per rivendicare la piena libertà di ogni identità. È un percorso che richiede una profonda decolonizzazione dei saperi e della cultura, smantellando le gerarchie eurocentriche per favorire una circolazione libera e accessibile delle informazioni e dei saperi critici.
Il momento storico che stiamo vivendo è marchiato da conflitti e crisi che ogni giorno ci fanno scontrare con una realtà che non riesce a darci alcuno stimolo positivo. La nostra generazione cresce in una precarietà esistenziale: negli ultimi anni abbiamo assistito a numerosi conflitti internazionali, in continua moltiplicazione, abbiamo vissuto crisi economiche e sanitarie e tutto questo ha reso le nostre vite e la nostra quotidianità sempre più complicate. Abbiamo visto come queste rotture siano state accompagnate anche da una politica interna sempre più conservatrice e autoritaria. Sono ormai tre anni e mezzo che l’Italia viene governata dalla destra, un governo fascista che in modo progressivo, sta reprimendo ogni costruzione di alternativa: dal decreto anti rave agli sgomberi degli spazi sociali, passando per una repressione nelle piazze sempre più feroce, fino ai miliardi di soldi pubblici spesi per il riarmo. Sono tanti gli attacchi che vengono portati avanti: abbiamo visto tagli alla spesa pubblica e una progressiva presa di controllo da parte delle istituzioni. È chiaro come ogni sfera della nostra vita sia stata modificata dalla politica attuale. In questa condizione è evidente che tutte le soggettività subalterne, non considerate conformi, vengano ghettizzate e marginalizzate, schiacciate ai bordi della società.


Da anni le nostre organizzazioni, battendosi per le tematiche e le rivendicazioni del mondo queer e transfemminista e per l’autodeterminazione dei corpi, hanno portato avanti una serie di campagne e di rivendicazioni che fanno parte delle nostre battaglie quotidiane sui territori. Sono numerose le segnalazioni che riceviamo di abusi di potere da parte di professori e docenti, oppure delle difficoltà nel far approvare carriere alias, codici anti molestia e sportelli d’ascolto nelle scuole e università. Sul piano delle scuole superiori è stata lanciata la campagna corpi liberi, scuole libere. Stiamo raccogliendo le esperienze delle studenti per trasformare le nostre scuole in spazi sicuri, inclusivi e rispettosi. Dopo le liste stupri e le dichiarazioni sull’educazione sessuo-affettiva dei nostri ministri abbiamo lanciato una proposta nazionale di educazione sessuo-affettiva: chiediamo che nelle scuole si parli di affettività e sessualità non in modo binario o puramente biologico, ma che si parlasse di consenso, di relazioni e di intimità. Dal lato universitario le rivendicazioni sulle carriere alias e i regolamenti antimolestie sono una battaglia quotidiana portata avanti in più modi su tutte le università che abitiamo, oltre al lavoro per l’apertura di CAV (centri anti violenza) negli spazi universitari. La società patriarcale in cui siamo immerse si riflette anche nei luoghi di lavoro, dove spesso il salario non è ancora paritario e dove il pregiudizio continua a escludere chi non incarna un certo prototipo di persona bianca cis etero –. In questo clima di indignazione e richiesta di cambiamento, la campagna “Maleducatɜ” si fa sentire come un potente strumento di mobilitazione in collaborazione con collettive trasfemmisite di tutto il paese. Denunciamo con fermezza la cultura della violenza e lavorando affinché si crei uno spazio politico davvero trasformattivo e transfemminista.


Il dibattito istituzionale sulla violenza di genere in Italia rivela oggi una profonda lacuna nell’analisi strutturale del fenomeno, spesso oscurata da narrazioni parziali che ignorano le radici culturali della misoginia. I dati raccolti indipendentemente dall’Osservatorio FLT all’inizio del 2026 confermano la gravità della situazione con sette femminicidi già registrati e numerosi tentati omicidi che colpiscono donne dai 17 agli 83 anni in ogni regione d’Italia. In quasi la totalità dei casi, l’aggressore non è un “mostro” estraneo, ma una figura familiare:mariti, ex partner, padri o figli, a dimostrazione che la violenza non è legata a singoli raptus ma affonda le radici nel sistema patriarcale. A fronte di questa emergenza, si assiste a un preoccupante smantellamento delle politiche di prevenzione, con tagli drastici ai fondi per il sistema antiviolenza, una riduzione delle risorse per la salute ginecologica e lo spostamento dei finanziamenti dall’educazione sessuo-affettiva verso ambiti limitati alla sola fertilità.


Anche sul piano giuridico, riforme recenti come il DDL Bongiorno rischiano di segnare un arretramento culturale pericoloso, introducendo criteri ambigui per la definizione del consenso che minacciano decenni di battaglie per l’autodeterminazione. L’opposizione al DDL Bongiorno non riguarda una semplice questione tecnica, ma contesta un dispositivo politico che interviene pericolosamente sul concetto di consenso in un clima di crescente arretramento culturale. Modificare l’articolo 609 bis del Codice Penale significa ridefinire i confini della credibilità delle vittime, ripristinando il paradigma purtroppo non ancora superato secondo cui la violenza è riconoscibile solo in presenza di una resistenza fisica esplicita. Questa impostazione ignora le dinamiche di potere reali che caratterizzano gli abusi che possono avvenire nelle aule universitarie, nei contesti di lavoro precari e nelle relazioni segnate da dipendenze economiche o affettive, dove il silenzio è spesso l’unica risposta possibile al ricatto. Restringere il riconoscimento giuridico della violenza non è una scelta neutra e costringe chi sopravvive a un abuso a doversi giustificare. La battaglia contro questa riforma non è dunque una richiesta di maggiore punitività, ma una difesa del significato sociale del consenso e dell’autodeterminazione, specialmente per le soggettività più marginalizzate, la cui parola rischia di essere sistematicamente svalutata. Il rifiuto di questo impianto legislativo ha animato le mobilitazioni del 28 febbraio ribadendo che la libertà dei propri corpi non può essere oggetto di riforma regressiva. Non accettiamo che il futuro delle nostre relazioni venga riscritto in senso regressivo. Il DdL Bongiorno va ritirato. Le nostre vite, i nostri corpi, le nostre parole non sono negoziabili.
Nella lotta transfemminista, il diritto alla salute emerge come un campo di battaglia politico dove il corpo diventa oggetto di un paradosso istituzionale: da un lato, le persone trans e non binarie affrontano barriere sistemiche estenuanti per accedere ai percorsi di affermazione di genere, spesso segnati da lunghe liste d’attesa nel settore pubblico e costi proibitivi nel privato. Dall’altro, queste stesse soggettività subiscono un’iper-medicalizzazione patologizzante, per cui l’autodeterminazione è subordinata a perizie psichiatriche e “certificati di disforia” necessari per legittimare la propria identità agli occhi dello Stato o per accedere a servizi essenziali, riducendo l’esistenza non binaria a una diagnosi clinica da approvare. Mentre le identità non conformi vengono così “sorvegliate” dalla medicina, si consuma parallelamente un’invisibilizzazione delle patologie legate al corpo femminile e assegnato tale alla nascita (come l’endometriosi o la fibromialgia), le quali restano poco studiate e spesso liquidate come disturbi psicosomatici a causa di pregiudizi di genere radicati. Rivendicare una salute transfemminista significa quindi abbattere il gatekeeping medico, pretendere una ricerca scientifica che non usi il corpo maschile come standard universale e sostituire il controllo psichiatrico con un modello di cura basato sul consenso e sul rispetto della pluralità dei corpi.

In un’epoca segnata dal susseguirsi di politiche di repressione, che colpiscono in modo particolare i corpi e le soggettività marginalizzate, risulta essenziale costruire una ricca risposta transfemminista. Per tutto questo l’8 e il 9 marzo scendiamo in piazza in tutta Italia.

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