
Partire dagli eventi del 31 gennaio significherebbe consegnarsi, in apertura, alla cornice che il potere ha preparato per noi, cadere nella trappola di una manifestazione “degenerata”, un ordine pubblico “saltato”, una città “in ostaggio”. Un racconto comodo, utile a chi deve far apparire la repressione come risposta necessaria e non come scelta, una cornice che evita la vera domanda: da quanto tempo, nel nostro paese, il conflitto sociale viene trattato non come un fatto politico, ma come un problema di sicurezza?
Nei giorni e nelle settimane precedenti al corteo, la gestione repressiva a Torino era già lampante: controlli, identificazioni, fermi, pattugliamenti mirati, un clima da setacciamento. È qui che si vede la trasformazione più significativa: il dissenso non viene più governato solo quando appare, ma viene reso impraticabile in anticipo, perché la semplice partecipazione venga associata a un rischio fisico, legale, amministrativo.
Questo non riguarda solo Torino. Le mobilitazioni per la Palestina hanno rappresentato, in tutto il paese, un acceleratore evidente di questa tendenza, rendendo sempre più esplicito l’uso della repressione come strumento politico legittimo, spesso con il consenso tacito, quando non esplicito, di un centrosinistra incapace o non disposto a opporre un’alternativa, e progressivamente allineato a una concezione dell’ordine come valore assoluto, da difendere anche a costo di comprimere diritti fondamentali. Lo si è visto chiaramente il 5 ottobre del 2024 a Roma, e lo si è rivisto, con maggiore intensità, a Torino.
In questo quadro prende forma uno scontro che precede qualsiasi carica o lancio di lacrimogeni, ed è prima di tutto etico e politico: da una parte l’idea che sia il popolo, attraverso il conflitto e la partecipazione, a costituire la fonte di legittimità democratica; dall’altra una concezione dello Stato che assume l’ordine come valore in sé, indipendente dal consenso, e che considera ogni messa in discussione come una minaccia da neutralizzare. È su questo terreno, ben prima del 31 gennaio, che lo scontro era già aperto.
Torino: laboratorio di repressione
Torino non è una città “scoppiata” improvvisamente, ma una città in cui il conflitto sociale non è mai stato un intermezzo, in cui le lotte non si sono mai chiuse in un ciclo concluso, ma si sono stratificate in una continuità conflittuale che attraversa gli ultimi anni: le lotte contro la TAV in Val di Susa, le mobilitazioni per la Palestina, le contestazioni all’industria militare, le mille occasioni in cui studenti, lavoratorɜ, quartieri popolari hanno provato a prendere parola nello spazio pubblico. Non si tratta, quindi, di una città “sorpresa” dalla violenza, ma di una città in cui la violenza istituzionale è stata ripetutamente sperimentata, normalizzata e progressivamente intensificata.
Ogni volta, la risposta è la stessa: uso della forza come linguaggio ordinario, criminalizzazione preventiva, costruzione del dissenso come problema di ordine pubblico. A questo livello materiale si affianca un accumulo progressivo di strumenti legali e amministrativi che restringono lo spazio dell’agibilità politica, rendendo la repressione meno visibile ma più pervasiva. È in questa stratificazione di pratiche che Torino assume la funzione di laboratorio, non perché vi accada qualcosa di eccezionale, ma perché qui si sperimentano in forma anticipata dispositivi destinati a diventare normalità.
In questo senso, il 31 gennaio non inaugura nulla: conferma una traiettoria in cui l’ordine pubblico viene trattato come lo spazio privilegiato per risolvere conflitti che sono, in realtà, politici e sociali; in cui la repressione non è un incidente, ma un metodo.
Askatasuna, non è solo una palazzina
Ridurre Askatasuna a un centro sociale significa non capire perché lo sgombero è diventato un detonatore, e perché la risposta di 50mila persone in piazza non si esaurisse nella difesa simbolica di un edificio. Askatasuna è stato, per anni, una trama di relazioni: socialità, mutualismo, organizzazione, quotidianità fuori dalle logiche di consumo e dalla gestione disciplinare della città.
È proprio questa dimensione, materiale prima ancora che simbolica, a rendere lo sgombero un atto politico consapevole e non un intervento tecnico. Interrompere quella trama ha significato spezzare un equilibrio già fragile, dichiarare conclusa ogni possibilità di confronto e affermare che il conflitto non è più una questione da governare, ma una presenza da eliminare. L’episodio del 18 dicembre, con la perquisizione e la rapida escalation repressiva, rende evidente questo passaggio: gli idranti utilizzati per “lavare via” il presidio non sono solo uno strumento operativo, ma un messaggio.
Da quel momento, il quartiere di Vanchiglia viene trasformato in uno spazio di controllo permanente. Scuole chiuse, perquisizioni, fermi, identificazioni quotidiane, camionette stabilmente posizionate davanti al numero 47: non per ristabilire una legalità astratta, ma per produrre dissuasione, segnare un territorio e rendere visibile la sproporzione dei rapporti di forza. In questo senso, lo sgombero di Askatasuna non colpisce solo uno spazio, ma una possibilità: quella di costruire legami e risposte collettive al di fuori delle forme compatibili con l’ordine esistente.
31 gennaio: la pedagogia della paura
La giornata del 31 gennaio si apre come un dispositivo già predisposto: numeri e mezzi del reparto mobile, controlli ai trasporti e ai varchi, attività di filtraggio e intimidazione che, anziché limitarsi a “monitorare”, cercano apertamente di impedire la partecipazione. ll dettaglio è rivelatore: la mascherina e la bustina di Maalox, strumenti di protezione minima, necessari in un contesto in cui il gas CS è dotazione ordinaria delle forze dell’ordine, diventano elementi di sospetto e basi per provvedimenti che vanno dall’identificazione fino al foglio di via: non viene colpita la violenza, ma la consapevolezza.
Quando il corteo si compone e raggiunge i punti di frizione, ciò che avviene non può essere letto come reazione a un’improvvisa violenza “emersa” dalla piazza: i lacrimogeni intervengono come innesco, e la gestione dell’ordine pubblico coincide con la produzione del panico: una vera e propria pedagogia della paura. La sequenza è nota e proprio per questo politica: gas in modo indiscriminato, fuga caotica, quartieri trasformati in trappole, persone spinte oltre la Dora e poi confinate per ore, con un blocco sistematico dei passaggi che impedisce di rientrare verso la città.
Questa dinamica non risponde a un’esigenza di contenimento, ma a una funzione pedagogica: rendere la piazza un’esperienza traumatica e dissuasiva, affinché la repressione continui a operare anche nei giorni successivi, quando non servono più idranti o manganelli, ma basta il ricordo di ciò che è accaduto.
Manganellarne mille per non tutelarne nessuno
È in quel contesto che si mostra, con brutalità, un rovesciamento che spesso viene rimosso dal racconto pubblico: la tutela concreta delle persone non è garantita dalle istituzioni, ma viene assunta dal basso. Quando l’uso indiscriminato dei lacrimogeni, le cariche e il confinamento forzato trasformano lo spazio urbano in un luogo di pericolo, la funzione di protezione viene assunta dal basso, attraverso pratiche di cura e di autorganizzazione che non hanno nulla di spontaneo o improvvisato, ma che rispondono a una necessità ormai strutturale. Non si tratta di una mancanza, ma di una scelta politica, che rende evidente come la gestione dell’ordine pubblico non abbia come obiettivo la sicurezza delle persone, bensì il controllo dello spazio e dei corpi.
In questo senso, l’idea di una polizia “neutrale”, posta tra due parti contrapposte, risulta insostenibile. Le forze dell’ordine agiscono come dispositivo a difesa dello status quo, utilizzando strumenti materiali e simbolici che fanno parte di un unico meccanismo: decreti securitari, pratiche di piazza e costruzione del nemico interno non sono livelli separati, ma elementi complementari di una stessa strategia. Ciò che viene difeso non è un ordine astratto, ma un assetto preciso di rapporti sociali, economici e politici.
È per questo che il nodo non è l’ordine pubblico, ma il conflitto tra due concezioni di società. Da una parte un modello fondato su repressione preventiva, militarizzazione degli spazi urbani, zone rosse e gestione securitaria della marginalità; dall’altra esperienze di solidarietà, autorganizzazione e costruzione di risposte collettive ai bisogni sociali, spesso imperfette ma reali, che vengono colpite proprio perché mettono in discussione l’idea che l’ordine sia un valore in sé, indipendente dal consenso e dalla giustizia sociale.
Dissociazione, esercizio di stile o doppio standard?
Se la repressione ha un primo livello materiale, ne esiste un secondo, altrettanto decisivo, che passa per la narrazione. La criminalizzazione selettiva, la riduzione della piazza a “scontri”, la corsa alla dissociazione (anche da parte di quel centrosinistra che continua a presentarsi come argine democratico) non sono effetti collaterali, ma tasselli funzionali a cancellare il significato politico della mobilitazione, a isolare chi partecipa, a costruire le condizioni di accettabilità per nuove strette repressive presentate come inevitabili.
In questo quadro, il doppio standard emerge con particolare evidenza. Gli spazi sociali vengono sistematicamente descritti come focolai di degrado e illegalità, oggetto di sgomberi e minacce, mentre realtà apertamente fasciste, quando allineate all’ordine esistente, continuano a operare indisturbate. Non si tratta di una contraddizione, ma della prova empirica di una repressione selettiva, che non colpisce l’illegalità in quanto tale, bensì ciò che produce conflitto e alternativa.
Parlare di “violenza” in astratto, come se bastasse una condanna morale indistinta, non solo è ipocrita ma è politicamente sterile, perché rende simmetriche violenze che non lo sono. La questione, piuttosto, è la crudeltà come scelta politica. È crudele sgomberare uno spazio che produceva legami e alternative; è crudele militarizzare una città; è crudele colpire indiscriminatamente e coinvolgere chi non c’entra nulla; è crudele utilizzare feriti come strumenti propagandistici per alimentare paura e legittimare dispositivi securitari sempre più invasivi. Perfino il singolo agente, ridotto a simbolo utile alla propaganda, viene trattato come funzione sacrificabile di un racconto che non ha interesse a comprendere le cause dei conflitti, ma solo a governarli.
Rabbia, isolamento ed egemonia narrativa
La rabbia è rabbia, ed è il reale effetto di condizioni materiali che non consentono più di subire in silenzio. Senza una coscienza di classe diffusa e senza strumenti di contronarrazione capaci di uscire dalle bolle politicizzate, però, il rischio dell’isolamento è concreto. Radicalità non significa essere in pochɜ; allargare non significa perdere radicalità. La violenza, quando entra in campo, non può diventare feticcio o estetica: è uno strumento che funziona solo se compreso, condiviso, e inserito in un processo collettivo più ampio.
L’intensificazione delle logiche securitarie, in Italia e altrove, agisce sempre più come preparazione delle società alla guerra: disciplinare popolazioni indisposte a obbedire, abituarle al comando, naturalizzare la lealtà allo Stato-nazione, rendere ordinario il linguaggio dell’emergenza.
Repressione e autoritarismo non vanno letti come deviazioni occasionali della democrazia liberale: sono il modo in cui il sistema si difende quando la crisi sociale e materiale rende meno credibile la promessa di consenso. È un meccanismo di rigenerazione, non un incidente.
In questo, le piazze sono state più avanti delle strutture. La fase è nuova, e richiede strumenti, ascolto e capacità di stare nel conflitto senza ridurlo a rituale. Continuare a riprodurre formule che non riescono più a mantenere nel tempo contropoteri territoriali stabili rischia di lasciare campo libero a una repressione sempre più efficace, proprio perché non trova un fronte capace di rompere l’egemonia narrativa e di tradurre la rabbia in progetto politico condiviso.
C’eravamo, ci siamo e ci saremo
La questione, quindi, non è la difesa di una singola piazza o di uno spazio considerato in astratto, ma la possibilità concreta di vivere in una società in cui il dissenso non venga sistematicamente trattato come un problema di sicurezza. È la possibilità di organizzarsi, incontrarsi, costruire alternative materiali senza essere immediatamente ricondotti all’ambito dell’emergenza e della repressione.
Per chi vive ai margini, tutto questo non rappresenta una novità: la violenza istituzionale non arriva come eccezione, ma come esperienza quotidiana. Per chi non la riconosce, spesso, non è perché manchino i fatti, ma perché esistono condizioni materiali che consentono di non sentirne il peso, almeno fino a quando non si avvicina.
In questo quadro, neutralità e pacificazione non sono opzioni realistiche. Non per una scelta di tono o di stile, ma perché il campo politico è già strutturato in modo da non lasciare spazio a una terza posizione. In gioco non c’è il giudizio su una singola giornata, ma la possibilità stessa di una vita diversa da quella che viene resa compatibile solo attraverso controllo, paura e disciplinamento.


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