La crisi climatica e il vuoto istituzionale
Non è solo un uragano.
Non è solo “maltempo”.

Quello che ha colpito la Sicilia e ampie parti del Sud Italia è il punto di incontro tra la crisi climatica e un sistema di disuguaglianze costruite nel tempo. Eventi estremi che diventano catastrofi sociali perché si abbattono su territori resi fragili da anni di disinvestimenti, di assenza di prevenzione, di politiche che hanno trattato il Sud come spazio da sfruttare e non come comunità da tutelare. Non siamo di fronte a una fatalità naturale, ma agli effetti concreti di scelte politiche precise.
La crisi climatica non colpisce tuttə allo stesso modo. Colpisce più duramente dove le infrastrutture sono carenti, dove gli edifici pubblici non sono stati messi in sicurezza, dove scuole, trasporti e servizi essenziali vivono da anni in una condizione di precarietà strutturale. In territori già esposti a rischio sismico e ambientale, l’assenza di una programmazione seria trasforma ogni allerta in un’emergenza e ogni emergenza in una frattura sociale.
Vediamo con chiarezza una disparità di trattamento che non è episodica. I ritardi nelle risposte istituzionali, la dichiarazione dello stato di emergenza arrivata quando i danni erano già sotto gli occhi di tuttə, i fondi stanziati del tutto insufficienti rispetto alla portata reale delle distruzioni raccontano una gerarchia implicita: ci sono territori per cui la prevenzione è considerata necessaria e altri per cui diventa un lusso rinviabile. Nel frattempo, città isolate, collegamenti ferroviari interrotti, quartieri resi inaccessibili entrano a far parte di una normalità che non dovrebbe essere accettabile.
A tutto questo si accompagna una narrazione mediatica che contribuisce a rendere permanente l’emergenza. Si parla di eventi eccezionali, di maltempo, di sfortuna, evitando di mettere a fuoco le responsabilità politiche e il contesto strutturale in cui questi eventi si inseriscono. Ciò che accade al Sud viene spesso raccontato come distante, marginale, quasi inevitabile, alimentando l’idea che si tratti di problemi locali e non di una questione nazionale.
Eppure, le cause sono evidenti. La cementificazione che continua a sottrarre spazio ai territori invece di metterli in sicurezza, l’assenza di una cultura della prevenzione, i finanziamenti che nel tempo si riducono proprio mentre i rischi aumentano. Un modello di sviluppo che consuma territori, risorse e vite, e che poi si sottrae quando arriva il momento di garantire protezione, sicurezza e diritti. Lo stesso sistema che produce il cambiamento climatico e approfondisce il divario tra Nord e Sud è quello che, nel momento del bisogno, lascia questi territori soli.
Come studenti e giovani che vivono e attraversano questi spazi, rifiutiamo la retorica della fatalità e dell’emergenza permanente. Sappiamo che con l’aggravarsi della crisi climatica eventi come questi diventeranno sempre più frequenti, ed è proprio per questo che non bastano interventi riparativi o risposte tardive. Servono politiche strutturali di prevenzione, messa in sicurezza degli edifici e delle infrastrutture, investimenti pubblici che partano dai territori più esposti e più marginalizzati.
Costruire una contro-narrazione significa partire da qui: riconoscere che la questione ambientale è una questione sociale, territoriale e di classe. Significa mettere al centro le voci di chi questi territori li vive, li attraversa, li difende ogni giorno. Significa rifiutare l’idea che il Sud possa continuare a essere sacrificabile in nome di un modello di sviluppo che produce solo disuguaglianze e insicurezza.
Il Sud non è sacrificabile.

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